Perché continuo a credere nel ritratto

Ci sono giorni in cui mi guardo intorno e ho la sensazione di abitare un mondo che corre troppo in fretta.

Un mondo in cui il tempo sembra non bastare mai, l'attenzione dura pochi secondi e le persone rischiano di essere osservate con la stessa velocità con cui scorriamo immagini sul telefono.

Non è una critica al presente. È semplicemente una constatazione.

Forse è proprio per questo che, ogni volta che qualcuno entra nel mio studio, sento di dover fare una scelta precisa: rallentare.

Il ritratto, almeno per come lo intendo io, comincia molto prima della macchina fotografica.

Comincia dall'incontro.

Negli anni mi sono resa conto che il mio lavoro non consiste nel cercare un'espressione bella, una posa elegante o una luce perfetta. Tutto questo ha la sua importanza, certo, ma viene dopo.

Prima c'è una persona, con la sua storia, con le sue paure, con i suoi dubbi, con il desiderio, spesso nascosto, di sentirsi vista davvero.

Quando parlo di umanesimo è a questo che mi riferisco.

Alla convinzione che ogni persona abbia un valore che merita attenzione, indipendentemente dall'età, dall'aspetto, dal ruolo che ricopre o dal momento della vita che sta attraversando.

È un modo di guardare che richiede tempo.

Richiede ascolto.

Richiede curiosità.

E richiede anche una disponibilità reciproca a mettersi in gioco.

Ogni ritratto nasce dall'incontro tra due persone.

Io porto la mia esperienza, il mio sguardo, la mia sensibilità.

Chi entra nel mio studio porta qualcosa di molto più importante: la fiducia.

È un atto di fiducia enorme.

Perché nessuno può sapere davvero che cosa vivrà durante un servizio fotografico prima di averlo sperimentato.

Me ne accorgo ogni volta.

All'inizio c'è sempre un po' di prudenza.

Qualche imbarazzo.

Qualche difesa.

Poi succede una cosa che continua a sorprendermi.

Mi avvicino, mostro le prime fotografie sul display della macchina fotografica e vedo cambiare qualcosa.

Il silenzio.

Lo stupore.

A volte perfino la commozione.

Quasi nessuno è consapevole dell'immagine che restituisce quando smette di preoccuparsi di apparire.

È in quel momento che cadono molte difese, perché, per la prima volta dopo tanto tempo, quella persona si guarda con occhi diversi.

Credo che sia questo il motivo per cui continuo ad amare il mio lavoro.

Le immagini sono solo il risultato di un processo molto profondo e intenso che avviene sia in me ogni volta, che nella persona che ha deciso di lasciarsi guardare davvero da me.

Quello che mi interessa davvero è creare uno spazio in cui una persona possa concedersi il tempo di essere sé stessa, senza dover interpretare un ruolo, senza sentirsi giudicata, senza inseguire un'idea di perfezione.

Le fotografie conserveranno il ricordo di quel momento.

Ma ciò che resta, spesso, è molto più profondo.

È la scoperta di una parte di sé che c'era già, ma che aveva semplicemente bisogno di essere riconosciuta.

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