Perché è così difficile lasciarsi guardare?
C'è una frase che sento quasi ogni settimana:
"Io però non sono fotogenica."
La ascolto da ragazze di vent'anni e da donne che ne hanno sessanta. La dice chi lavora a contatto con il pubblico e chi, invece, ha sempre evitato di mettersi davanti a una macchina fotografica.
Per molto tempo ho pensato che il problema fosse davvero la fotogenia. Oggi non lo credo più.
Credo che la fotogenia sia semplicemente il nome che diamo a qualcosa di molto più profondo: la difficoltà di lasciarci guardare.
Lasciarsi guardare significa esporsi. Significa accettare che qualcuno possa vedere qualcosa di noi che, forse, noi stessi non riusciamo più a vedere. È un gesto che richiede fiducia.
Non succede solo davanti a una macchina fotografica. Succede nelle relazioni, nell'amicizia, nell'amore. Succede ogni volta che smettiamo di proteggerci e permettiamo a qualcuno di avvicinarsi davvero.
Per questo un ritratto, almeno per come lo intendo io, non può iniziare con una fotografia. Deve iniziare con un incontro.
Se vuoi approfondire questo aspetto, ne ho parlato anche nell'articolo "Perché continuo a credere nel ritratto", dove racconto perché considero ogni servizio fotografico prima di tutto un incontro tra due persone.
Prima di scattare c'è una conversazione, c'è il tempo necessario per conoscersi e creare un clima in cui la persona che ho davanti capisca di non dover dimostrare nulla. Non deve essere più bella, più giovane, più magra o più sorridente. Può semplicemente essere sé stessa.
È in quel momento che accade qualcosa.
Dopo i primi scatti mi avvicino e mostro alcune fotografie sul display della macchina fotografica. Lo faccio da anni e continuo a sorprendermi, perché vedo comparire quasi sempre la stessa espressione: un misto di stupore e incredulità.
"Davvero sono io?"
È una domanda che mi accompagna da tutta la vita professionale. E ogni volta mi ricorda che il problema non era la fotogenia.
Il problema era lo sguardo con cui quella persona era abituata a osservare sé stessa.
Siamo spesso i giudici più severi di noi stessi. Conosciamo ogni nostro difetto, ogni asimmetria, ogni segno del tempo e finiamo per credere che siano la prima cosa che gli altri vedono.
Ma non è così.
Chi ci guarda da fuori vede spesso altro: uno sguardo, una presenza, una luce, un modo di sorridere, una forza che noi, semplicemente, abbiamo smesso di riconoscere.
Ecco perché oggi non mi interessa più parlare di fotogenia.
Mi interessa parlare di sguardo.
Perché credo che un ritratto non serva a dimostrare quanto siamo belli. Serva piuttosto a regalarci la possibilità di guardarci con un po' più di gentilezza.
Ed è forse questo il cambiamento più grande che una fotografia possa lasciare.
