Non voglio trasformarti. Voglio fotografare proprio te.
Quando si pensa a un servizio fotografico dedicato a una donna, è facile immaginare una trasformazione. Trucco, abiti, luci, posa: si entra in studio in un modo e si dovrebbe uscire con fotografie capaci di mostrare una versione migliore di sé.
A me interessa un’altra cosa.
Voglio che una donna si guardi nelle fotografie e si riconosca. Che possa vedersi bellissima, certamente, ma senza avere davanti una persona costruita per l’occasione e distante da quella che incontra ogni mattina allo specchio.
Per questo un ritratto non comincia dalla macchina fotografica. Comincia dalla persona che devo fotografare. Da come si vede, da come vorrebbe vedersi, dalle parti di sé che mostra con facilità e da quelle che protegge. Ci sono donne che desiderano immagini forti, sensuali, dichiarate e altre che stanno bene dentro qualcosa di molto più essenziale. Applicare la stessa idea a entrambe significherebbe semplicemente fotografare il mio stile invece di fotografare loro.
Naturalmente esiste una costruzione. Scelgo gli abiti, penso alla luce, dirigo la posa e il gesto, decido cosa mostrare e cosa lasciare fuori dall’inquadratura. È esattamente qui che entra il mio lavoro di fotografa: non nell’aspettare che una persona sia naturalmente capace di stare davanti all’obiettivo, ma nel costruire un’immagine precisa attorno a lei.
Essere fotografate bene fa una differenza enorme. Una luce può cambiare il modo in cui leggiamo un volto, una postura può restituire forza oppure toglierla, pochi centimetri possono modificare completamente la percezione di un corpo. Sono strumenti che conosco e che uso intenzionalmente, perché una donna che sceglie di essere fotografata da me vuole anche vedersi bella. Non trovo nessuna ragione per fingere che questo desiderio non esista.
Ma c’è un confine che per me rimane importante. Una fotografia può essere impeccabile e non avere niente a che fare con la persona che ritrae. Può essere bellissima e lasciare comunque quella sensazione strana: sì, ma quella non sono io.
È proprio lì che un ritratto, per come lo intendo, fallisce.
Non cerco una formula che funzioni su tutte e non mi interessa produrre la stessa donna ogni volta con un viso diverso. Voglio capire chi ho davanti e trovare il punto in cui la mia visione e la sua identità riescono a stare nella stessa fotografia.
Il mio lavoro non è dimostrarti quanto posso trasformarti. È costruire un’immagine in cui tu possa vederti bellissima senza smettere di riconoscerti.
