Che cosa succede davvero durante un servizio fotografico?

Chi non ha mai vissuto un servizio fotografico tende a immaginarlo in un modo molto diverso da come accade nella realtà.

C'è chi pensa di dover saper posare, chi teme di sentirsi osservato, chi è convinto di non essere fotogenico e chi, semplicemente, ha paura di sentirsi a disagio davanti all'obiettivo.

Sono timori comprensibili. Anzi, direi che sono quasi la normalità.

La cosa curiosa è che, dopo tanti anni di lavoro, ho imparato a riconoscere queste paure ancora prima che vengano espresse. Cambiano le persone, cambiano le storie, ma le insicurezze sono spesso le stesse. Ed è proprio per questo che il mio lavoro non comincia quando prendo in mano la macchina fotografica.

Comincia molto prima.

Ogni servizio inizia con una conversazione. Ho bisogno di conoscere la persona che ho davanti, di capire perché ha deciso di essere lì e che cosa l'ha spinta a regalarsi questa esperienza. Non si tratta di curiosità, ma di creare uno spazio in cui possa sentirsi accolta e libera di essere sé stessa.

È proprio da questo incontro che nasce il mio modo di intendere il ritratto. Ne ho parlato anche nell'articolo "Perché continuo a credere nel ritratto", dove racconto la filosofia che accompagna ogni servizio fotografico.

È un passaggio fondamentale, perché nessuno riesce a rilassarsi se ha la sensazione di dover dimostrare qualcosa.

Molte persone arrivano convinte che il risultato dipenda dalla loro capacità di mettersi in posa. In realtà succede il contrario.

Più si cerca di controllare ogni gesto, ogni sorriso e ogni espressione, più ci si allontana dalla spontaneità. Il mio compito è accompagnare la persona fuori da questo meccanismo, senza forzature e senza aspettative irrealistiche.

Per questo durante il servizio si pensa molto. Ci si muove, si cambia posizione, si prova, si ride e, qualche volta, ci si emoziona. La macchina fotografica è presente, ma dopo pochi minuti smette di essere il centro dell'attenzione.

Ed è proprio in quel momento che iniziano a nascere le immagini più autentiche.

C'è un gesto che ripeto durante ogni servizio e che considero parte integrante dell'esperienza. Dopo i primi scatti mi avvicino e mostro alcune fotografie sul display della macchina fotografica.

Non lo faccio per verificare il risultato tecnico.

Lo faccio perché quello è spesso il momento in cui cambia qualcosa.

Vedo comparire espressioni di stupore, sorrisi sinceri e, a volte, anche qualche lacrima. È il momento in cui molte persone si accorgono di essere molto diverse da come si erano sempre immaginate.

Quasi sempre quel momento coincide con una scoperta: la persona che ho davanti si guarda in modo diverso. Se ti interessa approfondire questo aspetto, ti consiglio di leggere anche "Perché è così difficile lasciarsi guardare?", una riflessione sul rapporto che abbiamo con la nostra immagine.

È una reazione che continua a sorprendermi, anche dopo tanti anni.

Credo che accada perché siamo abituati a guardarci con uno sguardo estremamente severo. Conosciamo ogni dettaglio del nostro volto, ogni difetto, ogni segno del tempo. Finché qualcuno non ci restituisce un'immagine diversa, facciamo fatica a renderci conto di quanto quel giudizio sia diventato l'unico modo in cui sappiamo osservarci.

Da quel momento in poi il servizio cambia completamente.

Le persone si rilassano, smettono di chiedersi se stanno venendo bene e iniziano semplicemente a vivere quel tempo. È lì che il ritratto prende forma. Non perché finalmente hanno imparato a posare, ma perché hanno smesso di preoccuparsi di farlo.

Alla fine del servizio mi capita spesso di sentire la stessa frase:

"Non immaginavo che sarebbe stato così."

Ed è probabilmente il complimento più bello che possa ricevere.

Perché significa che non hanno vissuto una semplice sessione fotografica, ma un'esperienza capace di cambiare, almeno per qualche ora, il modo in cui hanno guardato sé stesse.

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Perché fotografare una donna è diverso dal fotografare un volto

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Non aspettare il momento giusto. Potrebbe non arrivare mai.